giovedì 29 ottobre 2020

 
 
 
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Taccuino di un viaggiatore

 

Sarebbe errato immaginare Smerillo come un luogo di semplice distensione, dove ci si può ritemprare dalla fatica che frammenta lo spazio e il tempo dei giorni. L'esistenza di ciascuno è tesa tra i luoghi storici e fisici dell'evanescenza della memoria, e i luoghi non storici e non fisici che di quella memoria costituiscono, come della vita, la rappresentazione fondante. Vi sono assoluti nei quali talvolta germoglia un mondo, essenza realizzata di un sogno che sembra precedere qualsiasi avvenimento. Un sogno che trascrive, attenuata e crepuscolare, la luce che in origine si riversò su un tempo infinitamente simultaneo e su uno spazio in attesa di sbocciare. Nell'istantaneità dello spazio, la contemporaneità del tempo: è il grande silenzio nella lingua della vita, ripiegata dentro il seno della vita stessa.

I luoghi della memoria sono la misura di tutto ciò, il rifrangersi di una voce che da quel silenzio fiorisce in avventure; ricordano l'unità del possibile, che risale il corso del divenire. Non rammemorano accadimenti, ma ne richiamano la genesi non estinta e l'attuale risonanza musicale con il loro lontano e ideale presente. Ambienti identici a se stessi, mentre mutano, forse proiezioni della dimensione sovrasensibile nella quale si muove lo spirito; ombre di un 'infinito adesso' che ospita il tempo a partire da uno scopo non soltanto pratico, lo spazio a partire da un risultato non soltanto utilizzabile, ma concentrato e disteso intorno allo sguardo. Sono quei momenti, rari, quei luoghi apicali, nei quali la natura si autotrascende e crea un'opera d'arte: un'immagine d'infinito nel finito.

La virtù rigenerante di tali luoghi, simbiosi di conquista attiva e di passiva elargizione di risorse non esigibili, viene incontro al protagonista della separazione e lo attende dopo lo smarrimento; così la memoria si trasforma, da nostalgia inutile, in sogno reale, più concreto della consistenza della pietra; un sogno di ricongiungimento, valido per qualsiasi esperienza di distacco, e non solo per chi preferì o subì un allontamento geografico. Gli esemplari del sogno sono sempre in cammino, per intercettare il volto di chi li disperse sul far dell'aurora.

Smerillo è un luogo della memoria, di quella memoria profonda del creato che attinge informazioni là dove il dire vien meno, sfumando nel silenzio; quel silenzio che è grembo di mondi, secondo un'ispirata e felice intuizione di David Maria Turoldo. Smerillo è silenzio, anche quando a questo silenzio corrono le voci della natura e dell'uomo: mai come frattura, sempre come eco. Non è un caso, se la musica a Smerillo è anzitutto musica dei suoni nativi, i primi convocati a scandire in modo indiviso e olografico il rincorrersi delle ore.

Metanaturale e quasi metafisico è il respiro dell'antico borgo, che trova nella speciale collocazione aerea le ragioni per essere un segno di confine. L'orientamento orografico, la vivacità delle correnti d'acqua e d'aria, la vita inscritta nei substrati rocciosi, i ritmi boschivi e i flussi arborei, l'orchestrazione delle linee geofisiche ed eliache, le derive panoramiche, sono altrettanti motivi che attirano e attivano percezioni parasensoriali o extrasensoriali, e quasi 'trascendenti'. La vista vede di più, l'udito ode di più, il tatto sente di più, e non secondo la categoria del 'quanto', ma del 'quale'; poiché lo spirito, che i sensi distribuisce e regola, si riconosce spontaneamente nello spirito del luogo.

A Smerillo, il pellegrino che a sera fatta si trovasse sorpreso dal blu ceruleo del cielo, mentre cirri di rosa e madreperla si sciolgono in lacrime di zaffiro, proverebbe l'illusione di trapassare il tempo, un tempo che si dirada oltre il profilo dei monti. Tra luci d'un buio amico che gioca coi lampioni, e una armonia che cinge i fruscii della pineta, ascolterebbe ctonie vibrazioni come di voci d'antiche madri, voci dell'aria ovunque come falchi, voci d'acqua e di ombre, voci dei boschi e della terra (voci d'elfi e di gnomi?). Sospeso tra realtà e fantasia, il plurisecolare castello è arcaico, primordiale, improbabile, archetipo. Gli archetipi "li aspettiamo a mezzanotte. E il nostro futuro è il tempo che essi hanno vissuto. Tutto è stato. Gli archetipi ci assediano travestiti da niente"(A. Valentini, Poesie, Fermo, 1996).

Smerillo non si sa mai se esiste, o se è un miraggio, diverso com'è da tutto, coi suoi anni pigri che dilatano in immoto un presente vivo e surreale. Tra  muretti di pietre calcinate e licheni, immutata è la forma dell'aria su una tela che ha più di mille anni, e quando la luce allaga le case, ombre lunghe sui tetti avidi chiamano istanti in dissolvenza, sospesi come sfida a raccontare ciò che sarà lungo una strada lastricata di visioni. Ogni sole ha il suo diadema, e canti di melodie fossili ritmano l'eco di una quiete audace, attesa di una pista che l'oasi tramanda di eterno in eterno.

 

 

sono le ore 17:29

 
 
 
 

ultimo aggiornamento il 07-10-10

 

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